La mossa di Intesa Sanpaolo non ha colto impreparato Palazzo Chigi. Sia la premier Giorgia Meloni che il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (in foto) sono stati informati delle intenzioni della banca milanese. L'esecutivo ha comunque mantenuto una linea decisamente super partes, osservando con attenzione l'evoluzione degli assetti.
La posizione che filtra è quella di una sostanziale non ostilità: l'operazione è un elemento di stabilizzazione del sistema e di tutela del risparmio nazionale tramite Generali. Non a caso, da Via XX Settembre ieri è giunta una nota misurata ma significativa. "Il Mef prende atto delle iniziative su Mps di cui è stato informato, che riconoscono la valorizzazione della banca risollevata da una posizione prefallimentare", si legge nella comunicazione.
Il ministro Giorgetti, interpellato sul dossier, ha scelto una linea pragmatica: "Chi paga di più", ha risposto a una domanda sulle offerte in campo, aggiungendo poi che "l'avevo detto già tre mesi fa". Una posizione che conferma l'approccio attendista del Tesoro, che resta azionista con il 4,8% di Mps e osserva la competizione tra progetti industriali senza indicazioni dirigiste. In parallelo, dalll'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina sono giunte considerazioni che toccano il nodo del rapporto tra banche e finanza pubblica.
La posizione della Lega appare meno allineata alla traiettoria che si sta delineando. Matteo Salvini ha ribadito che "non c'è una posizione né del partito né del governo; non commento scelte che competono al libero mercato". Non sfugge, in questo quadro, la distanza tra l'approccio prudente e le aspettative del leader leghista che guardava con favore alla nascita del terzo polo con le nozze tra Banco Bpm e Mps. Di segno diverso le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui la "vivacità del settore bancario italiano è un fatto positivo" perché testimonia il superamento della crisi. Una lettura che rafforza l'idea di un sistema oggi più solido e competitivo.
Sul fronte opposto bisogna segnalare, more solito, il caleidoscopio di posizioni sulla vicenda. Il Partito Democratico (in foto la segretaria Elly Schlein) intende mantenere una linea di vigilanza istituzionale. Il responsabile economico Antonio Misiani ha ricordato che "il compito della politica è quello di fissare le regole, e non i vincitori", criticando eventuali interferenze del governo nel mercato e chiedendo chiarezza sulle strategie relative alla quota Mps detenuta dal Tesoro. Che, comunque, è destinata a diluirsi a prescindere dall'evoluzione della vicenda.
Più dura la posizione di M5s e Avs, che incomprensibilmente leggono l'intera stagione del risiko come conseguenza delle scelte del governo. "Mps, da predatore con il battesimo di Giorgia Meloni, è diventata preda", ha affermato il vicepresidente pentastellato Mario Turco, mentre il verde Angelo Bonelli ha parlato di "socializzazione delle perdite (in riferimento al salvataggio pubblico del Monte nel 2017, ndr) e privatizzazione dei profitti", invocando maggiori garanzie su risparmio e occupazione. Più market friendly le posizioni di Azione e Italia Viva. Per la renziana Raffaella Paita si tratta di una iniziativa da accogliere con "grande apprezzamento per una operazione seria che rafforza italianità e che consolida futuro di Mps ma anche di Intesa, Generali e Unipol". Sulla stessa linea la calendiana Daniela Ruffino, che sottolinea come "sarà bene che sia il mercato il giudice unico dell'Opas", invitando la politica a restare sullo sfondo.

