Tirarsene fuori. E farlo in fretta. Ma chiudere una guerra non è come tirarsi dietro la porta di un consiglio d'amministrazione. Anche per questo Donald Trump rischia grosso. Dire che la l'impresa «è praticamente completata» è facile. Dimostrarlo un po' più difficile. Per farlo non bastano i 5mila obiettivi colpiti, le 51 navi affondate o l'asserita distruzione del 90% delle postazioni missilistiche. Soprattutto quando dall'altra parte il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ripete «non cerchiamo un cessate il fuoco». Questo non significa che gli iraniani non subiscano perdite devastanti. Dimostra però quanto sia diverso il concetto di vittoria o sconfitta.
Al regime iraniano basterebbe sopravvivere per affermare di aver battuto il Grande e il Piccolo Satana insieme. Come del resto ha già fatto lo scorso giugno alla fine della cosiddetta «guerra dei dodici giorni».
Trump per convincere i suoi concittadini e il resto del mondo deve invece ottenere una resa incondizionata. Ma Mojtaba Khamenei non la concederà facilmente a chi gli ha ucciso il padre. L'unica alternativa è dunque una vittoria per ko accompagnata da un'operazione spettacolare ed esemplare. Per ottenerla Trump ha due strade. La prima è eliminare anche Mojtaba e sperare nella disponibilità del successore o nello sfaldamento del regime.
La seconda è un'operazione militare eclatante. Un'opzione è il sequestro dei 450 chili di uranio arricchito al 60 per cento ancora in mani iraniane. Un'altra è la conquista dell'isolotto di Kargh, il terminale da cui passa il 90 per cento delle esportazioni petrolifere della Repubblica Islamica. Tutte opzioni che nascondono però grosse incognite. Per eliminare Mojtaba Khamenei c'è bisogno dell'intelligence del Mossad. Ma Netanyahu, convinto della necessità di continuare la guerra fino alla totale distruzione del regime e delle sue infrastrutture, potrebbe dimostrarsi poco collaborativo. Ed allora la missione del soldato Trump potrebbe rivelarsi ancor più rischiosa.
Puntare all'uranio o a Kharg significa mettere gli «scarponi sul terreno» e addentrarsi nel labirinto della guerra. Con il rischio di restarvi intrappolati. Secondo Rafael Grossi direttore generale dell'Aiea (Agenzia internazionale per l'energia atomica) i 450 chili di uranio arricchiti al 60% sono in parte ad Isfahan e in parte in quel che resta delle infrastrutture sotterrane scavate nelle viscere della montagna di Natanz e bombardate a giugno dai B2 statunitensi. In ogni caso per portarli via non basterebbero gli uomini della «Delta Force», gli unici addestrati al prelievo di componenti nucleari. Oltre a loro servirebbe il dispiegamento di qualche migliaio di uomini pronti ad effettuare una «cinturazione» delle due aree delle operazioni in modo da creare una zona di sicurezza con un raggio di vari chilometri.
Una zona in mezzo al territorio nemico da difendere per settimane in modo da permettere il trasferimento di uomini e blindati e i complessi lavori di scavo e trivellazione nelle cavità bombardate lo scorso giugno. Insomma un'impresa assai rischiosa sia dal punto di vista delle perdite sia del risultato finale. Anche perché se una parte dell'uranio non fosse più lì sarebbe difficile annunciare la fine della minaccia nucleare.
I piani per la conquista del terminale petrolifero di Kharg - da cui passa il 90 per cento del greggio iraniano diretto all'estero - non sono più semplici. L'isolotto di Kharg ha una superficie di soli 25 chilometri, ma la sua conquista e il suo controllo richiederebbe l'intervento dei marines e di numerose navi unità anfibie.
E sarebbe reso ancor più complesso dalla necessità di limitare l'appoggio aereo per non trasformare il terminal in un mare di fuoco. Un'impresa ben più complessa, secondo gli analisti, della conquista dell'isola di Grenada messa a segno nel 1983 grazie al dispiegamento di 7.600 uomini.
Non potendo contare sull'effetto sorpresa dell'operazione Grenada e dovendo rinunciare ad un massiccio supporto aereo Trump potrebbe ritrovarsi costretto a impiegare oltre 10mila uomini. Con perdite e tempi che rischierebbero di trasformarlo nel vero grande perdente di questo conflitto.

