L'allarme degli 007 Usa sull'uranio di Isfahan

Scritto il 11/03/2026
da Davide Bartoccini

Secondo l'intelligence potrebbe essere ancora recuperabile. Un’eventualità che apre scenari operativi estremamente rischiosi

Per le agenzie di intelligence statunitensi un’équipe inviata da Teheran o “potenzialmente un altro gruppo” potrebbe recuperare la principale riserva di uranio altamente arricchito che è rimasta sepolta nel complesso sotterraneo del Centro di tecnologia nucleare di Isfahan, duramente colpito dai bombardieri strategici B-2 che lo scorso giugno hanno sganciato bombe ad alta penetrazione per distruggere e rendere inaccessibili le strutture e con esse tutti i progressi ottenuti dal programma nucleare iraniano.

Ma l’uranio arricchito fino al 60%, ossia a un passo dal livello di idoneità per l’impiego militare, sarebbe ancora lì, immagazzinato nei tunnel di Isfahan, secondo Rafael Grossi, responsabile dell'organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite. Il complesso di tunnel di Isfahan, nell’omonima provincia che sorge nell’Iran centrale, sembra essere stato “l’obiettivo meno danneggiato” dai raid dell’Operazione Midnight Hammer, secondo le analisi del Pentagono, e per questo recuperare l'uranio sepolto nel sito potrebbe anche essere possibile, seppure complesso. Stando a quanto riportato, la riserva di uranio altamente arricchito dell’Iran ammonta a circa 450 chilogrammi, e la metà di questa riserva sarebbe rimasta a Isfahan e non sarebbe stata portata in altri siti segreti e sicuri, sfuggendo alle bombe sganciate su Fordow e Natanz. Secondo un esperto di sicurezza israeliano citato da Ynet: “Recuperare l'uranio altamente arricchito che si ritiene sia sepolto sotto le macerie dell'impianto nucleare iraniano di Isfahan sarebbe estremamente difficile e probabilmente irrealistico”, entrando in contrasto con quanto riportato dall’articolo pubblicato dal New York Times, che rifacendosi alle fonti dell'intelligence statunitense afferma che “l'Iran potrebbe ancora essere in grado di accedere a una riserva di uranio altamente arricchito sepolta nel sito”.

Negli scorsi giorni un’indiscrezione diffusa da Axios ha attirato l’attenzione sulla possibilità di un’operazione terrestre condotta da forze speciali sul suolo iraniano per “mettere in sicurezza” l’uranio altamente arricchito che è ancora in Iran, seppure in parte sepolto nelle tonnellate di roccia e sabbia che lo relegano al sottosuolo dei siti nucleari sigillati dal lancio di missili Tomahawk e bombe anti-bunker MOP. Alla domanda se gli Stati Uniti avrebbero preso in considerazione l'invio di forze di terra per recuperare la riserva di uranio, il presidente americano Donald Trump ha risposto che si trattava di “qualcosa che potremmo fare in seguito”, riferendosi a una fase successiva del conflitto che secondo le ultime dichiarazioni non dovrebbe durare ancora a lungo.

Si tratta di una fantasia operativa che non ha alcun fondamento nella realtà”, secondo uno specialista in strategia, cybersecurity e intelligence presso il Begin-Sadat Center for Strategic Studies dell'Università Bar-Ilan. Eppure israeliani e americani hanno discusso della possibilità di lanciare un'operazione del genere, estremamente complessa ed estremamente pericolosa, ma evidentemente non impossibile, se messa in discussione.

Per l’intelligence il materiale sepolto a Isfahan fa certamente parte della riserva di uranio arricchito che “riduce significativamente il tempo necessario per raggiungere il 90% di arricchimento, il livello tipicamente associato alle armi nucleari”. E sebbene Mossad e Cia rimangano incerte sull'ubicazione precisa e sulle condizioni dell'uranio dopo gli attacchi condotti nel corso delle operazioni Rising Lion, Midnight Hammer, Epic Fury e Roaring Lion, la possibilità che Teheran possa inviare un’équipe specializzata in grado di accedere ai tunnel per recuperare l’uranio sembra rappresentare una preoccupazione per gli americani.

D’altro canto l’operazione di terra considerata tra le opzioni presenterebbe “importanti sfide militari”, spiega l’esperto israeliano, dato che il sito di Isfahan si trova in profondità nel territorio iraniano (oltre 700 chilometri dal confine iracheno) e dovrebbe essere fortemente sorvegliato dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. L’estrazione dell’uranio richiederebbe mezzi pesanti, strumenti e apparati di protezione CBRN (Chemical, biological, radiological and nuclear defense), e sarebbero necessarie “decine di soldati per conquistare il sito”. L’esperto sottolinea come “rimuovere il materiale” preveda squadre che entrino nel “sottosuolo in condizioni di sicurezza molto complesse”. “Finché qualcuno non entra effettivamente nel sito, è molto difficile valutare i livelli di radiazione. Se il materiale dovesse fuoriuscire o fratturarsi, potrebbe essere estremamente pericoloso”.

Un approccio più pratico, spiega la fonte israeliana, sarebbe il monitoraggio del sito attraverso immagini satellitari e una raccolta di dati di intelligence per eseguire ulteriori attacchi aerei ove venisse rilevata attività iraniana, ma “inviare truppe in una situazione di tale incertezza non è realistico”. Un'altra opzione teorica, riporta sempre la fonte israeliana, è anche la più auspicabile, sarebbe la rimozione dell'uranio attraverso un “accordo internazionale che coinvolga una terza parte, simile alla rimozione delle scorte di armi chimiche della Siria”, magari coinvolgendo la Russia o la Cina.

L’informazione diffusa da Axios, secondo cui Stati Uniti e Israele abbiano davvero valutato l'ipotesi di lanciare raid di forze speciali per mettere in "sicurezza" le scorte di uranio altamente arricchito in Iran, apre lo scenario a una missione molto più pericolosa di quelle condotte dai commando del Mossad, delle Sayeret e Shaldag in territorio iraniano e libanese; più pericolosa di quelle condotte dallo Shayetet 13 nei territori palestinesi o del raid della Delta Force in territorio venezuelano. Anche se molti analisti continuano a ripetere che la Casa Bianca non otterrà nessuna vittoria senza andare “boots on the ground” in Iran, e i vertici di Londra continuano a ripetere che “non credono a un regime change dal cielo”, nonostante americani e israeliani abbiano colpito almeno 5.000 obiettivi militari e governativi, praticamente tutto ciò che c'era da colpire in Iran. L’idea di un’operazione di terra in un sito altamente sorvegliato nel cuore dell’Iran sembra più adeguata a un romanzo di Tom Clancy che alla realtà delle prossime settimane. Tuttavia, continuare a ripetere che l'uranio di Isfahan non è perduto potrebbe davvero portare a questo, e infatti c’è chi sta già ipotizzando quali trebbero essere le forze speciali che prenderebbero parte a questa delicata operazione.