Bardonecchia, Liguria, confine tra Francia e Italia. Ieri mattina la polizia ha fermato Isaia Gonzalo Linares Melendez (nella foto) vent'anni, nato in Argentina ma cittadino peruviano, mentre scendeva da un Flixbus, un pullman diretto a Milano. Ha una residenza al Gratosoglio Isaia, in via Costantino Baroni, nella stessa città dove, la sera del 26 maggio, alla stazione Certosa, si è consumato uno dei delitti più brutali degli ultimi anni. Gianluca Ibarra Silvera, ventenne come lui, è stato ammazzato con almeno trenta fendenti da una muta di quindici pandilleros dei Latin King. Linares era tra loro, secondo le indagini. Ora la sua fuga prima in Francia, poi in Spagna si è conclusa in manette.
La ferocia non si era esaurita con il primo arresto. Jefferson Smit Echeverria Verano, 19enne peruviano, è già in carcere. Il gip Sara Cipolla ha convalidato il fermo domenica. Il ragazzo ha raccontato senza troppi giri di parole: loro sono Latin King, quel pomeriggio avevano litigato con i rivali della MS13 in stazione Certosa, erano tornati per vendicarsi. Alle 21.50 incrociano Gianluca e il fratello Gianfranco che riaccompagnavano a casa il padre e la compagna. Prima uno scontro verbale, il grido "siamo Latin King". Venti minuti dopo, i due fratelli più un amico tornano in stazione per prendere il treno per Segrate. L'agguato. Gianluca che tenta di fuggire, cade sui binari, viene finito come un animale.
Un'esecuzione tribale in piena Milano. Non una rissa finita male: una caccia all'uomo in cui il codice di strada violento, primitivo, assoluto ha dettato ogni mossa. "Il nostro codice è violento, ho solo seguito il gruppo", ha ammesso uno di loro. Parole che suonano come una sentenza su un pezzo di città e di generazione abbandonate a se stesse.
In questa storia c'è la decomposizione silenziosa di legami sociali, l'arrivo di giovani sradicati che importano codici di sangue da periferie lontane, la banalità del male che si consuma sotto le luci fredde di una stazione qualsiasi. Ragazzi che non hanno più né patria né futuro, solo il branco e il coltello. Gianluca non era un rivale, non era un pandillero: era semplicemente nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con il cognome sbagliato.
Linares Melendez stava tornando quindi. Forse credeva che Milano lo avrebbe riaccolto, o forse non aveva altro posto dove andare. La sua cattura chiude un cerchio, ma non la vicenda.
Restano le famiglie distrutte: quella di Gianluca, spezzata mentre accompagnava il padre a casa; quelle dei suoi assassini, spesso arrivate qui inseguendo un sogno che si è trasformato in incubo collettivo.

