Pubblichiamo per gentile concessione di Foglio Edizioni un estratto del libro: Il direttore rompiscatole. Storie della mia vita (pagg. 172, euro 18), a firma di Vittorio Feltri con Alessandro Gnocchi, che sarà in libreria da domani. Racconta l'incontro di Feltri con Nino Nutrizio.
Come ti trovavi all’Eco di Bergamo?
«Bene. Don Spada mi ha insegnato molte cose.
Però io volevo andare avanti, mettermi alla prova in un giornale più grande, con una materia più scottante.
Anche perché ero un collaboratore. Volevo essere assunto. L’Eco aveva una dimensione esageratamente bigotta. Una volta venni ripreso perché in una recensione di un film western avevo osato utilizzare la parola pistola. Troppo allusiva. Mi fu intimato di scrivere rivoltella. Vengo a sapere che il corrispondente da Bergamo della Notte ha lasciato il suo posto. Tento la sorte e chiedo a Nino Nutrizio, direttore della Notte, di assumermi. Nutrizio incuteva timore e dava del “voi”. Era il 1968, mi recai a Milano, in piazza Cavour, nel Palazzo dell’Informazione che un tempo ospitava il Popolo d’Italia, il giornale fondato da Benito Mussolini.
Come ti ha accolto?
«Con un discorso agghiacciante e indimenticabile: “Se L’Eco di Bergamo, il peggior giornale del mondo, non vi ha ancora assunto, mi viene il sospetto che voi siate cretino. Vi terrò in prova tre mesi. Se vi dimostrerete all’altezza, e lo ritengo assai improbabile, sarete assunto. Altrimenti tornerete a fare il collaboratore all’Eco, nell’interesse vostro e soprattutto nostro». Accettai con mio enorme rischio.
In quel momento avevo un posto fisso in provincia, aveva vinto un concorso. Ma come ho già raccontato non ne potevo più della provincia e la provincia non ne poteva più di me. In ottobre cominciai. L’antivigilia di Natale, fui informato di un omicidio tremendo. Mi precipitai.
Un uomo aveva ucciso una prostituta davanti agli occhi di una bambina di due anni. Quando arrivai, la piccola era sotto il tavolo. Aveva una fetta di panettone in mano, ed era circondata dal sangue della madre. Se ci penso, ancora mi viene da piangere. Tornai in redazione e scrissi un lungo pezzo. La Notte era il quotidiano del pomeriggio. Alle 14 corsi in edicola. Guardai subito l’ultima pagina, quella di Bergamo Notte. Niente. Non c’era neanche una riga. Nutrizio aveva ragione, non ero all’altezza. Ero disperato. Tornai in redazione e mi accasciai con la testa tra le mani. Squillò il telefono. Risposi: era Nutrizio, oddio, era finita. Lo ascoltai dire: «Il vostro articolo, come avrà capito, è stato di nostro pieno gradimento. Lei è assunto. Da questo momento la prova è finita. Sarà contento di aver la sicurezza di non essere cretino». In semiconfusione ripresi il giornale tra le mani, e lo girai: il mio articolo era in prima pagina nella sezione nazionale, ipotesi che io non avevo neppure preso in considerazione. Ricordo il titolone: Delitto di Natale. Presto venni trasferito alla sede milanese. Imparai il mestiere da Mario Bertoli ma anche da Nutrizio stesso. Arrivai il 15 maggio 1973. Due giorni dopo l’anarchico Gianfranco Bertoli lanciò una bomba durante la cerimonia di inaugurazione di un busto di Luigi Calabresi, assassinato da Lotta Continua. Da piazza Cavour a via Fatebenefratelli ci sono poche centinaia di metri. Nutrizio per primo si lanciò fuori dalla redazione, con il taccuino in mano. Noi lo seguimmo in blocco. Nell’azione morì una ragazzina. Poco più in là, Enzo Tortora, amico di Calabresi, piangeva. Non mi sentivo in grado di scrivere un articolo su quel fatto. Lo feci. Onestamente era modesto. Poi Nutrizio mi mandò dalla famiglia della ragazzina morta. Tornai gonfio di lacrime e scrissi un pezzo di pancia. E quello mi riuscì bene. Da quel momento, le stragi furono mie, da piazza della Loggia alla rivolta del carcere di Alessandria. In quest’ultima occasione dettai a braccio l’articolo a Nutrizio. Capisci: a Nutrizio, che non si vergognava, quando c’era bisogno, di tornare cronista o di fare i lavori più umili come il dimafonista. Ecco perché dico che fu il direttore che mi insegnò più cose».
Però di lui si dice che fosse un duro.
«Esule dalmata, di Traù. Nella Seconda guerra mondiale lo spedirono in Africa. Era il 1941. Le navi italiane furono facilmente affondate dagli aerei inglesi nel Mediterraneo. Fu una strage. Ma Nutrizio, incredibilmente, riuscì a restare a galla per sette ore. A un certo punto, gli inglesi, che pattugliavano la zona, decisero di rendergli merito e lo ripescarono. Lo inviarono in un campo di prigionia in Inghilterra. Ne approfittò per imparare la lingua. Iniziò a leggere i tabloid inglesi, più popolari rispetto ai nostri quotidiani di allora. Iniziò a pensare che, al ritorno in Italia, avrebbe cercato di fare un quotidiano simile. Un tabloid all’italiana, ecco cosa era la Notte».
Quanto ci sei rimasto in quel giornale?
«Quasi sei anni. Gino Palumbo mi chiamò al Corriere d’Informazione, concorrente della Notte. Mi chiese cosa guadagnassi. Glielo dissi. Palumbo volle sapere se intendessi aprire una trattativa o se mi fidavo di lui. Non ebbi il coraggio di dire altro se non: “Per carità direttore faccia lei”. Alla fine, mi diede una busta. Non osai aprirla in sua presenza. Appena fuori la strappai. Guardai la cifra. Mi aveva raddoppiato lo stipendio, ora guadagnavo un milione di lire al mese. Per l’epoca era una somma importante, un Maggiolino della Volkswagen costava 900mila lire. Non ci potevo credere. Guardavo e riguardavo, contavo gli zeri, mi rimettevo la busta in tasca, poi la tiravo fuori per dare un’altra occhiata. Telefonai a mia moglie che mi prese per matto: “Torna a casa che facciamo bene i conti”».
Nutrizio come la prese?
«Malissimo, mi diede del traditore, mi coprì d’insulti, la mia fuga fu accompagnata dalle sue urla. Anni dopo incontrai Angelo Rizzoli, il padrone del Corriere della Sera, un uomo con il quale ero in ottimi rapporti. Gli raccontai la mia uscita disastrosa dalla Notte.
Mi guardò stranito: “Ma tu sai chi ti ha raccomandato qui?”. “Nessuno.” “È stato Nutrizio. Gli chiesi se aveva qualcuno da segnalare per il Corriere, e lui mi disse: “Quelli bravi sono andati via tutti. Me ne è rimasto uno strambo che si chiama Vittorio Feltri”».
E non te l’ha mai detto?
«Mai. Ora mi spiego perché: non poteva dare l’impressione di accettare o addirittura di promuovere l’impoverimento della redazione. Quando morì però accadde una cosa. Mi chiamò sua moglie e mi disse che Nutrizio aveva messo da parte un oggetto per me. La signora aggiunse che sarebbe presto venuta a Milano, dalla Toscana, per consegnarmelo. Venne il giorno.
La signora mi disse che Nutrizio mi aveva voluto bene. Mi diede una piccola scatola elegante. Dentro c’era la stilografica di Nutrizio. Fu un colpo al cuore, a me non capita spesso di piangere ma quando ci penso...».